altri segnali.
E le impronte sono indizi: di sentieri possibili, di svolte
calamitanti, di itinerari perennemente accennati.
Di che cosa parlano infatti i segnali, mostrandosi l’un
Di che cosa parlano infatti i segnali, mostrandosi l’un
l’altro, nell’inerzia disperata dei collegamenti, se non del
viaggio, del progetto sempre contiguo e lontano che porta a un
Castello, ad una impronta differente, a quel rivelato
centro più luminoso?
L’impronta è separazione, amputazione originaria dal corpo;
L’impronta è separazione, amputazione originaria dal corpo;
dunque, quel privilegiato centro, quel Castello,
non è forse qui il sogno accecante di una mano restituita
intera a se stessa dall’ombra raggelata di tante
cartilagini? e la sua luce non è forse un aspirare, un
risucchiare continuo la ruota recisa delle membrane
affioranti?
L’impronta è crescita deviante del significato: il volo
non è forse qui il sogno accecante di una mano restituita
intera a se stessa dall’ombra raggelata di tante
cartilagini? e la sua luce non è forse un aspirare, un
risucchiare continuo la ruota recisa delle membrane
affioranti?
L’impronta è crescita deviante del significato: il volo
precario del messaggero del cartiglio forse alludeva a distanze
irradianti, ma il suo luogo reale è il villaggio delle
congetture, delle ipotesi di uscita, dei contatti bisbiglianti. Ogni
verificabile «grazia» appartiene a una finzione: a
un viaggio che si compie da fermo, all’intensità di pensare
un viaggio, un Castello. Dipingendo, allora: che cosa,
