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...dunque, dei provvisori contatti già vagheggianti di 
altri segnali.
E le impronte sono indizi: di sentieri possibili, di svolte 
calamitanti, di itinerari perennemente accennati.
Di che cosa parlano infatti i segnali, mostrandosi l’un 
l’altro, nell’inerzia disperata dei collegamenti, se non del 
viaggio, del progetto sempre contiguo e lontano che porta a un 
Castello, ad una impronta differente, a quel rivelato 
centro più luminoso?
L’impronta è separazione, amputazione originaria dal corpo;
dunque, quel privilegiato centro, quel Castello,
non è forse qui il sogno accecante di una mano restituita
intera a se stessa dall’ombra raggelata di tante
cartilagini? e la sua luce non è forse un aspirare, un
risucchiare continuo la ruota recisa delle membrane
affioranti?
L’impronta è crescita deviante del significato: il volo 
precario del messaggero del cartiglio forse alludeva a distanze 
irradianti, ma il suo luogo reale è il villaggio delle 
congetture, delle ipotesi di uscita, dei contatti bisbiglianti. Ogni 
verificabile «grazia» appartiene a una finzione: a 
un viaggio che si compie da fermo, all’intensità di pensare 
un viaggio, un Castello. Dipingendo, allora: che cosa, 
se non preparativi ininterrotti di un viaggio?...

[Deleuze-Guattari: Kafka, per una letteratura minore]