• leopardi fu l’ultimo a esaminare una pagina come si deve, al modo cioè di un paleografo, su cinque o sei piani insieme: dal sentimento dei destini all’opportunità di evitare il concorso delle vocali. la esaminò, vale a dire, da scrittore. a leopardi il testo fu presenza assoluta, cosicché non procede diversamente nello scomporre un passo di dante o di padre bartoli, di omero o di madame de stael. tutto ciò che non si presti a una lettura multipla, egli lo ignora. evito di pensare a un suo esame di una pagina contemporanea. fosse tra le più belle, suppongo che egli noterebbe innanzi tutto l’assenza quasi totale del come o dell’ablativo assoluto: la carenza di spirito analogico, se non vogliamo dire metaforico, della facoltà compiutamente poetica – profetica – di volgere la realtà in figura, vale a dire in destino
• allora avrebbe ragione paul valéry che, in una conversazione riferita dal cecchi, proponeva di sottoporre il romanzo di proust all’esperimento che fanno i ragazzi coi vermi: mutilarlo di intere parti, per constatare che la fisionomia non muta.[…] la recherche du temps perdu si lascia ridurre a frammenti perché ogni suo frammento basta, in un certo senso, ad indicarla tutta intera.”( giacomo debenedetti, saggi, i meridiani, mondadori,1999, pag. 267)