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...Enunciamo quindi la tesi: la semplice linea e la sua evoluzione in conformità a leggi puramente geometriche dovevano offrire all’uomo, travagliato dall’oscurità e dalla confusione dei fenomeni, la massima felicità possibile. Estinto l’ultimo residuo di nesso con la vita, e di dipendenza da essa, si realizza qui la suprema forma assoluta, l’astrazione più pura; qui è legge, qui è necessità, mentre altrove regna ovunque l’arbitrio dell’organico. Ma nessun oggetto della natura serve da modello a tale astrazione. [...] ...Ricapitoliamo: l’impulso artistico originario non ha nulla a che spartire con la riproduzione della natura. Esso mira alla pura astrazione quale unica possibilità di riposo nella confusione e nell’oscurità dell’immagine del mondo, e crea da sé con necessità istintiva l’astrazione geometrica. Per l’uomo essa rappresenta l’espressione perfetta, e l’unica che egli possa concepire, di emancipazione da ogni casualità e caducità delle cose mondane. In un secondo tempo però l’uomo avverte l’impulso di strappare anche l’oggetto singolo dal mondo esterno, che desta in lui interesse vivissimo, dall’oscura e confusa connessione con il mondo esterno, e quindi dal corso degli eventi; egli aspira ad avvicinarlo, riproducendolo, alla sua individualità materiale, a purificarlo di quanto ha in sé di vita e di temporalità, a renderlo il più indipendente possibile sia dal circostante mondo esterno sia dal soggetto-spettatore, che nell’oggetto non vuole godere di qualcosa di vivo e affine, ma di quella necessità e conformità a leggi che gli consentono di evadere dal suo legame con la vita, e di quell’astrazione cui ha sempre aspirato e che sola gli è accessibile...



da: Wilhelm Worringer, Astrazione e empatia, 1907